In perfetta sincronia con la celebrazione della giornata mondiale della meteorologia, occorsa nel recente 23 marzo ed avente come tema, nella versione italiana, “Capire le Nubi” (http://www.emiliaromagnameteo.com/giornata-meteo-mondiale-2017-capire-le-nubi-convegno-a-roma/), è stata resa disponibile la versione aggiornata dell’Atlante delle Nubi (International Cloud Atlas) dal WMO (World Meteorological Organization).

Il tentativo di classificare ed identificare le nubi ha radici molto antiche: già nel 1802, Jean-Baptiste Lamarck, celebre naturalista francese, tentò per la prima volta una classificazione delle nuvole, distinguendone cinque forme principali: a vela, a branchi, a pecorelle, spazzate e raggruppate. Ma il suo lavoro venne presto dimenticato.

Maggior successo ebbe la classificazione proposta dall’inglese Luke Howard che attribuì alle nuvole nomi latini. Nel 1887 il meteorologo Abercromby compì il giro del mondo per assicurarsi che le nuvole avessero le stesse forme ovunque. Il sistema di Howard si impose dopo la Conferenza Internazionale di Monaco nel 1891. Le nubi, anche da un’osservazione superficiale, presentano indubbiamente una grande varietà di forme e dimensioni. La loro classificazione si basa su:

-Intervallo di quote generalmente occupate nel loro sviluppo verticale.

-Rapporto caratteristico tra dimensioni orizzontali e sviluppo verticale.

Tornando alla nuova versione dell’atlante internazionale delle nubi balzano subito all’occhio alcune novità che non erano menzionate nelle edizioni precedenti, ma, si sa, l’opportunità di immortalare con maggior continuità e con strumenti sempre più sofisticati gli spettacoli che ci offre il cielo, facilita l’individuazione di nuove forme e tipologie nuvolose.

Sono dodici i “nuovi” tipi di nuvole, tra cui il raro Asperatus Cloud, che sono stati riconosciuti per la prima volta dal Cloud Atlas International. In realtà dell’Asperatus Cloud si parlava già da qualche anno, ma effettivamente il suo riconoscimento ufficiale da parte del WMO coincide con il rilascio del nuovo atlante delle nubi.

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Esempio di Wave-Like Asperatus Cloud tratto dal nuovo Atlante delle Nubi WMO

L’Atlante, i cui albori risalgono al diciannovesimo secolo, è il punto riferimento globale per l’osservazione e l’identificazione delle nubi. La precedente edizione era stata rilasciata nel 1975, cui seguì una revisione nel 1987, e divenne ben presto un vero e proprio oggetto da collezione, mentre la nuova edizione, per rimanere al passo coi tempi, è completamente digitale.

Altri nuovi ingressi sono rappresentati dalle forme “Volutus” (alcune di esse affiliate alla forma “roll” ovvero nube a rullo), e dalle scie di condensazione, ovvero le nubi alte e sottili formate dai vapori e dalle particelle solide presenti nei gas di scarico degli aerei (ma non parliamo di scie chimiche, quelle sono corbellerie da complottisti della domenica; si tratta nientemeno che di “contrails).

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Stratocumulus Volutus presente nella nuova versione dell’Atlante delle Nubi WMO

Fin dalla sua prima pubblicazione nel 1896, l’Atlante Internazionale delle Nubi è diventato uno strumento di riferimento estremamente importante per coloro che operano in campo meteorologico, nell’aviazione e nella navigazione via mare. La prima edizione conteneva appena 28 fotografie a colori e dettagliate norme per la classificazione nuvole. In questa nuova versione, coerentemente con l’era digitale, sarà inizialmente disponibile come un portale web, e accessibile al pubblico per la prima volta.

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) pubblica l’Atlante, ma ha anche l’ultima parola sui contenuti, compresa l’aggiunta di “nuove” forme o nomi di nuvole proposti in altri ambiti. Insomma, è un po’ come l’Accademia della Crusca italiana qualora debbano essere approvati nuovi termini o coniati ufficialmente neologismi.

L’atlante include anche un più approfondito riconoscimento dei processi che sono all’origine della formazione delle nubi. Ad esempio, le nubi che traggono origine da incendi sono ora classificati come flammagenitus, mentre in precedenza si adottava si suffisso “pyro” (es. Pyrocumulus).

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Cumulus Flammagenitus (prima Pyrocumulus) tratto dal nuovo Atlante delle Nubi WMO

Allo stesso modo sono state classificate anche le nubi che si formano in particolari circostanze, come ad esempio in corrispondenza della nebulizzazione delle acque delle cascate; insomma nulla è lasciato al caso.

Infine una particolare ed interessante considerazione è stata dedicata ad un nuovo “soggetto” in grado di contribuire alla formazione di determinate nubi, ovvero proprio “l’uomo”. Essendo oramai assodato che le attività umane solo alla base di precisi cambiamenti climatici, segnatamente in tema di riscaldamento globale, esse sono in grado di “forzare” anche l’innesco di alcune tipologie di nubi. Ed ecco che sono comparsi termini come “homogenitus” ed “homomutatus”, i quali fanno essenzialmente riferimento proprio alla formazione delle scie di condensazione come conseguenza degli scarichi degli aerei in fase di volo. Ecco di seguito un paio di esempi prelevati proprio dalla versione online del nuovo Atlante.

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Scie di condensazione (contrails); Cirrus Homogenitus tratto dal nuovo Atlante delle Nubi WMO

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Cirrus Spissatus Homomutatus (Cirri e Contrails) tratto dal nuovo Atlante delle Nubi

Insomma l’uomo, oltre al clima, è in grado di introdurre nuove forme di nubi, anche se non è esattamente una novità e semmai lo è più il nuovo criterio di classificazione.

Per coloro che vogliano sbizzarrirsi alla ricerca di tutte le forme di nubi, con ampio assortimento di immagini, l’indirizzo del nuovo Atlante è il seguente:

https://www.wmocloudatlas.org/home.html