E’ il 29 giugno 1986, e dopo un caldo ed afoso pomeriggio estivo, la serata prevede la finale di Coppa del Mondo di calcio in Messico tra l’Argentina di Maradona e la Germania di Rummenigge. Tutti gli occhi degli appassionati di calcio sono puntati sulla finale con una moltitudine di apparecchi televisivi e maxischermi allestiti all’aperto, specie sulla riviera dove grazie al turismo i tedeschi abbondano. A coloro cui il calcio non interessa i diversivi non mancano: il periodo è ricco di sagre, feste paesane e quant’altro; insomma si prospetta per tutti una classica domenica sera estiva all’aperto.

Ma non appena Maradona solleva la coppa del mondo madre natura decide di far passare il fuoriclasse argentino in secondo piano, assumendo il ruolo di protagonista, almeno sulla nostra regione.

Di lì a poco infatti si scatenerà la peggiore tempesta cui il sottoscritto abbia mai assistito.

Un evento violentissimo quanto repentino, che sfuggì alle previsioni anche di enti autorevoli e che causò danni incalcolabili alle colture, in alcuni casi mai visti a memoria d’uomo.

Chi scrive riuscì a seguire lo sviluppo e l’intensificazione del sistema temporalesco, che ebbe il suo culmine intorno alle 22,30-23,00 nel ferrarese-ravennate-forlivese e che, con moto NNE-SSW andò poi ad interessare anche il bolognese.

Precedentemente alla giornata del 29, in Romagna vi era stato un periodo caratterizzato da tempo prevalentemente stabile, con cielo sereno ed assenza di precipitazioni, che andò dal giorno 15 al 28.

In questo lasso di tempo vi fu un dominio anticiclonico con temperature superiori alla norma con massime oscillanti tra 33°C e 34°C sulle aree di pianura interna ed intorno a 30°C sulla fascia costiera.

A partire dal 24, tuttavia, un promontorio anticiclonico subtropicale con asse meridiano collocato su Europa occidentale, cominciava ad espandersi in direzione N, con una conseguente discesa fredda, il cui debole fronte d’irruzione, giunto nella notte tra il 24 ed 25, non causava fenomeni di rilievo, se non un certo rinforzo del vento da NE (bora) associato a nuvolosità irregolare senza precipitazioni di rilievo (qualche breve rovescio sul comparto appenninico).

Successivamente il tempo ritornò prevalentemente stabile, con deboli correnti da N anticicloniche associate a masse d’aria più secca nei bassi strati, e quindi con condizioni climatiche gradevoli nonostante massime oscillanti tra 30.5° (26) e 33.0° (28).

A partire dal giorno 28 il promontorio anticiclonico sub-tropicale accentua la spinta verso N e giunge fino alle regioni polari, con una configurazione più solida sul piano isobarico di 500 hPa, dove isola un massimo di geopotenziale chiuso sul Mare del Nord in grado di determinare una situazione di blocco meteorologico ad omega.

In virtù di ciò il flusso zonale atlantico è costretto a circumnavigare l’isola di alta pressione attraverso le regioni polari, per ripresentarsi con componente settentrionale sull’Europa dell’est, inserendosi in una saccatura presente sulla Russia europea.

La situazione al suolo alle ore 18 GMT del 29 giugno 1986 non è particolarmente dinamica, tuttavia, alcuni elementi indicano che l’atmosfera si sta predisponendo a condizioni di crescente instabilità.

Un’area di alte pressioni al suolo con asse maggiore esteso in senso zonale si estende sul nord-Europa, con un massimo di 1025 hPa chiuso sul Mare del Nord, e coinvolge con la sua circolazione gran parte delle regioni centro-europee; una depressione fredda è presente sull’Europa orientale (minimo di 1005 hPa sulla Russia occidentale), con una debole saccatura estesa verso WSW fino al Mediterraneo occidentale attraverso il nord-Italia, la quale isola un minimo secondario chiuso sulla nostra regione (1010 hPa), il quale rivestirà una certa importanza nell’evoluzione successiva. Un’occlusione fredda, infine, si estende dall’Austria alla ex Jugoslavia e tende a muovere verso S solidale col flusso prevalente in media troposfera.

La Romagna si trova in una zona di pressioni livellate a basso gradiente, tuttavia aria fredda da NNE al seguito dell’occlusione, si trova oltralpe, mentre il relativo minimo barico presente in regione facilita la confluenza tra aria più calda da SSE che risale lungo l’Adriatico e flussi più freschi nord orientali in uscita dall’Istria; l’afflusso caldo porta nel pomeriggio del 29 ad avere temperature massime intorno a 33°-34° associate ad un sensibile aumento dell’umidità relativa (55-65% alle 17,00), e da questo momento le condizioni di instabilità potenziale, cominciano ad aumentare, in concomitanza all’avvicinamento dell’occlusione fredda da N.

Situazione in quota (500 hPa) del 29/6/1986.

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Rianalisi al suolo e sul piano isobarico di 500 hPa ore 18 UTC del 29/06/1986. Fonte: CFSR model plot wetterzentrale.de

Molto più interessante è la topografia di geopotenziale a 500 hPa della giornata del 29, in grado di fornire maggiori elementi di analisi, che vede una situazione di blocco meteorologico ad omega con intenso promontorio anticiclonico sub-tropicale proteso dal nord-Africa alla regione polare, i cui massimi relativi si possono individuare sul Mare del Nord (5850 m.t.).

Sul suo fianco occidentale è presente un vortice depressionario di origine atlantica con minimo di 5600 m.t. ad W dell’Inghilterra che non interesserà la regione europea; mentre una profonda depressione est-europea (5370 m.t.) centrata sul golfo di Botnia, protende due assi di saccatura: il primo si estende fino alle coste del Mar Nero; il secondo si porta, da NE, fino all’Italia centrosettentrionale, con una acutizzazione sulla ex-Jugoslavia ( altezza di 5650m.t.), caratterizzata da temperature alquanto basse (circa -18° a 500 hPa).

Tutto il medio-alto Adriatico è racchiuso in tale saccatura, con correnti da NNW a curvatura ciclonica gradualmente più fredde. L’asse di saccatura vero e proprio transiterà sulla regione intorno alle 00,00 del 30/6/1986. Una tale situazione, sovrapposta alle condizioni al suolo precedentemente descritte, genera:

1) Un gradiente termico verticale di notevole ampiezza, già favorevole ad attività convettiva.

2) L’arrivo dell’occlusione fredda da NNE, con al seguito aria più secca, determina le condizioni ideali per l’innesco di convezione profonda, complice aria molto calda nei bassi strati in rapporto al periodo.

3) Il perdurare, nella fase precedente l’evento, di un debole richiamo caldo da SSE, porta aria molto umida nei bassi strati di origine marittima davanti al fronte avanzante, apportatrice di ulteriore energia disponibile (calore sensibile); essa andrà poi ad interferire con l’aria più fresca in procinto di irrompere da nord-est.

4) Il transito in alta troposfera di un ramo del getto polare in discesa da N lungo tutto l’Adriatico genera condizioni di windshear favorevole sia in velocità che in direzione tra i livelli troposferici inferiori e superiori, fattore importante nella genesi di sistemi temporaleschi severi.

Cronologia degli eventi osservati.

La giornata del 29 comincia tranquilla con una situazione di cielo sereno.

Intorno alle 16,00-16,30 la temperatura si porta tra 32.0° e 34.0° nel ravennate, con una umidità relativa sul 55-65%, e quindi con condizioni di afa opprimente. Per contro il cielo ha assunto ormai una tinta lattiginosa dovuta alla foschia e all’assembramento di nuvolosità cirrostratiforme in ispessimento graduale.

Dalle ore 18,00 circa si nota sulla costa una intensificazione del moto ondoso, senza un aumento apprezzabile del vento, che si mantiene debole da SE; la pressione scende ancora, ed alle 19,00 si attesta sui 1011 hPa, mentre la nuvolosità stratificata ha ormai abbandonato il cielo allontanandosi a S.

Verso le 19,30 una foresta di altocumuli castellani appare in direzione ENE, le cui pronunciate protuberanze danno il segnale di alta instabilità, tanto che intorno alle 20,00 cominciano già ad evolvere in cumulus congestus; in direzione N si stagliano in lontananza enormi incudini di cumulonimbus generati dall’occlusione avanzante, ed infatti, poco dopo, giungono notizie di violenti temporali grandinigeni che stanno flagellando molte aree del Veneto.

Intorno alle 21,30 il brontolio dei tuoni, dapprima isolato, è incessante, mentre l’ormai sopraggiunta oscurità non permette un’osservazione critica del cielo che nel frattempo si è comunque coperto di bassa nuvolosità (fractocumuli, fractostrati) indotta dell’elevatissima turbolenza. Il vento rinforza ulteriormente da NE sulla costa, ed il lampeggiare continuo in un arco di orizzonte molto vasto è spettacolare.

All’incirca alle 22,00 una severa linea temporalesca si abbatte sul ravennate, proveniente dal ferrarese, a partire dalla zona nordorientale per poi dilagare verso SSW e l’arrivo della bora per cause sinottiche, associata alle raffiche discendenti dei cumulonembi avanzanti, aventi all’incirca la medesima direzione, produce colpi di vento di notevole violenza (stimabili in misura di 100-110 Km/h), tanto che la visibilità è praticamente nulla per l’enorme quantità di polvere sollevata. In breve tempo sopraggiungono violenti rovesci di pioggia e grandine sempre associati a fortissimi venti da NE ed elevata attività elettrica. I fenomeni dilagano dal ravennate settentrionale al resto del territorio assumendo localmente carattere devastante.

Dati rilevati.

Nella località di Alfonsine (RA), stazione UCEA/SIMN, si registra: dalle 22,15 alle 23,10 33,2 mm di pioggia e grandine fusa, il tracciato pluviografico mostra un picco di intensità di 26.4 mm tra le 22,30 e le 23,00; la temperatura che prima dell’evento era di 24.3°, scende a 16.2° in meno di 10 minuti all’arrivo della tempesta, e tocca un valore minimo di 15.1° verso le 23,30; la pressione atmosferica, di 1010 hPa alle ore 21,30, aumenta fino a 1014,5 hPa nella fase acuta dell’evento, per poi stabilizzarsi sui 1013 hPa intorno alla mezzanotte.

La grandine si manifesta con grossi chicchi (3-5 cm di diametro), ma mai molto fitti (poco in confronto a ciò che accadrà in altre zone), ed ha una durata di 5-6 minuti, essa compare più intensamente nella fase centrale dell’evento. Il vento da NE viene stimato, dai danni provocati, con raffiche superiori a 100 km/h, tant’è che numerose tegole vengono asportate dai tetti.

Effetti sul territorio.

Tutta la Romagna, in modo differenziato, venne colpita dall’eccezionale evento, ed ovunque, vuoi per il vento fortissimo, vuoi per la grandine, si registrarono danni ingenti (decine di miliardi solo in agricoltura).

La fascia costiera subì danni essenzialmente derivati dal forte vento, in particolare le pinete ravennati e riminesi furono decimate, molte imbarcazioni attraccate furono rovesciate e in diversi campeggi si vissero momenti assai difficili.

Procedendo verso l’interno ai danni del vento si sommarono con maggiore incidenza quelli da grandine, che colpì più o meno duramente tutta la pianura ravennate e forlivese, ma con particolare violenza un’area territoriale comprendente i comuni di Fusignano, Bagnacavallo, Lugo, Russi, Castelbolognese e Faenza e, più marginalmente, Alfonsine, Conselice e Massalombarda.

Nel forlivese-cesenate risultarono particolarmente colpite la zona cittadina occidentale di Forlì e le aree comprendenti gli abitati di Villafranca, Villanova, S. Martino in Villafranca; in ogni caso tutti comparti di pianura pedecollinare del forlivese e cesenate subirono danni enormi.

A Forlì, presso l’aeroporto Ridolfi, un aereo da turismo “Cessna 172” fu sollevato da terra e catapultato 50 metri più avanti andando completamente distrutto.

Come sempre avviene in tali circostanze, all’interno di quest’area il fenomeno ebbe carattere di discontinuità, ma globalmente si trattò di un evento visto poche volte anche dalle persone più anziane.

Entro la suddetta area si individua una fascia di territorio larga 5-6 km, delimitabile dal corso dei fiumi Lamone e Senio, e avente una profondità, partendo da Alfonsine, di circa 20-25 km in senso NE-SW, dove le conseguenze della grandinata furono assolutamente disastrose e verificate personalmente il giorno successivo.

Nelle località di: Villa Prati, Villanova, San Potito, Bagnacavallo, Lugo (zona sud), Cotignola, Russi, Boncellino, Granarolo Faentino interi vigneti vennero abbattuti o distrutti, piante di pesco, melo e pero furono scortecciate nella parte rivolta a NE, dei seminativi non rimase traccia alcuna, cumuli di grandine rimasero nelle zone in ombra fino alla serata successiva, centinaia i vetri andati in frantumi.

Negli abitati di Villa Prati e Villanova furono divelte alcune linee elettriche e telefoniche e brandelli di rami spezzati e trasportati a distanza rimasero appesi pericolosamente dai fili elettrici rimasti “in piedi”.

Ma è nella frazione di Boncellino (Bagnacavallo) che si raggiunse l’apice della devastazione: furono in parte spogliate anche le piante sempreverdi, l’intonaco dei muri rivolti a N fu in alcuni casi da rifare, cancellate le coltivazioni, ai lati della strada cumuli enormi di grandine spalata in nottata dai mezzi dell’ANAS, molte persone sorprese per strada dovettero ricorrere al pronto soccorso per tagli provocati dai proiettili di ghiaccio; un vero e proprio inferno.

L’assetto colturale territoriale fu da riprogrammare completamente, di alcune serre rimasero soltanto gli archi in ferro di sostegno, danni notevoli anche alle auto in sosta.

Proseguendo in direzione di Faenza le devastazioni diminuirono leggermente limitandosi essenzialmente alle colture agricole, comunque con danni ancora molto rilevanti, specie negli abitati di Solarolo, Reda, Fossolo, Basiago, Pieve Corleto, laddove i raccolti furono distrutti.

Da rilevare che la tempesta nel suo movimento verso SW flagellò anche la parte est della provincia di Bologna (una vittima purtroppo a Galliera colpita alla nuca da una lastra di lamiera volante). La provincia di Ferrara fu duramente colpita intorno alle 21,30-22,00 con danni per decine di miliardi di lire ad Argenta, Codigoro, Comacchio, Ostellato, Lagosanto, Portomaggiore e Cento causa grandine di enormi dimensioni e della durata superiore ai 15 minuti, associata a violente raffiche di vento.

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Immagine di un vigneto spoglio presso Faenza. Fonte: Il Resto del Carlino

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Immagine di un albero nel lughese dopo il temporale. Fonte: Il Resto del Carlino

Nelle immagini sopra si notano alcuni particolari dei danni letali causati dalla tempesta; in particolare l’albero fotografato mostra una parte quasi del tutto spoglia verso est (a destra), che testimonia la provenienza delle intense raffiche di vento associate a grandine.

Altri dati effettivamente rilevati indicano una raffica massima di 100 km/h a Forlì e 9,2 mm di pioggia (probabilmente sottostimati causa forte vento); a Rimini raffica massima di 83,5 km/h e 16,0 mm di pioggia (fonte AM); a Rimini Lido 27,2 mm di pioggia; a Ravenna 21,0 mm di pioggia e grandine; a Diegaro di Cesena 34,0 mm di pioggia e grandine; a Faenza 19,0 mm di pioggia e grandine; a Bologna Osservatorio Idrografico 22,4 mm di pioggia e grandine; Codigoro (FE) 20,0 mm di pioggia e grandine; Bando (FE) 22,0 mm di pioggia e grandine.

Come si può notare le precipitazioni accumulate non furono particolarmente elevate, al netto di probabili sottostime causate dalla violenza del vento, e la tempesta fu soprattutto caratterizzata da venti fortissimi, intense grandinate ma anche notevole rapidità di evoluzione.

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Immagine satellitare del tardo pomeriggio del 29 giugno 1986. Fonte: Eumetsat

Nell’immagine sopra, relativa al pomeriggio del 29 giugno, si notano gli ammassi temporaleschi (aree di colore bianco brillante), legati all’avanzare dell’asse di saccatura in quota e che in quel momento stavano abbordando il Friuli; nelle ore successive si sarebbero diretti verso SW intensificandosi.

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Rianalisi precipitazioni relative alla serata del 29 giugno 1986. Fonte: CFSR model plot meteociel.fr

Nella figura sopra è proposta una rianalisi CFSR model inerente le precipitazioni di quella serata; ovviamente si tratta di una rianalisi con risoluzione non eccelsa ed i valori rilevati sono stati sovente superiori, tuttavia essa può sommariamente rendere l’idea delle zone maggiormente colpite, in primis Emilia orientale e Romagna.

Ma allora è possibile risalire alla tipologia di sistema che determinò tali devastazioni?

Molto difficile mancando dati radar e satellitari dell’epoca, quantomeno a risoluzione sufficientemente elevata; tuttavia si possono fare alcune congetture in base ai dati effettivi:

1) L’area interessata dall’evento è notevolmente estesa (Emilia orientale e Romagna quasi per intero), e ciò poco si concilia con un eventuale unico temporale a supercella, i cui effetti ricoprono generalmente aree di estensione più limitata. Peraltro la dinamica inerente quella serata non è classica dei set-up troposferici tipici di outbreak supercellulari in regione, quanto meno strutture isolate, e sempre statisticamente i temporali a supercella normalmente non si mantengono nelle nostre zone attivi per ore.

2) La rapidità evolutiva del sistema ed il suo incedere a costituire un vasto fronte di avanzata, lascia presagire il passaggio di un severo QLCS (Quasi Linear Convective System) con la possibile formazione al suo interno di qualche ciclico elemento supercellulare a vita più breve al suo interno ed in corrispondenza delle zone colpite dalle maggiori devastazioni. Non è da escludere una evoluzione del sistema a bow-echo durante il proprio movimento verso le zone più interne.

3) Il materiale fotografico all’epoca reperito (spesso di fonte giornalistica) e le testimonianze raccolte, indicano raffiche di vento furiose ma invariabilmente provenienti da NE, pertanto ciò avvalora l’ipotesi di intensi downburst associati alla poderosa linea temporalesca.

Non si hanno notizie di fenomeni vorticosi, sebbene essi non si possano del tutto escludere data la notevole estensione delle aree soggette a forti danni. In un articolo comparso l’indomani sul Resto del Carlino alcuni esperti di meteorologia interpellati (di cui però non vengono fornite né generalità, né ente di appartenenza) diedero le seguenti informazioni: “si esclude possa essersi trattato di una tromba d’aria, ma piuttosto di un fortissimo sistema temporalesco con correnti verticali discendenti a velocità di 90 km/h ed oltre”. Ciò rappresenta un ulteriore indizio della maggiore probabilità di intensi downburst.

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Un vigneto distrutto dalla furia della grandine del 26 giugno 1986. Foto: Emanuele Mecati

L’immagine sopra si riferisce ad una delle zone più colpite: ovvero la frazione di Boncellino di Bagnacavallo (RA); del vigneto non rimane praticamente nulla e la tempesta di grandine incise profondamente anche i pali di sostegno.

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Meleto completamente spogliato dalla grandinata del 26 giugno 1986. Foto: Emanuele Mecati

Anche la foto sopra si riferisce alla medesima località, e di un meleto non rimane altro che lo scheletro delle piante con una enorme quantità di frutti a terra.

Conclusioni.

Semplicemente una delle peggiori tempeste di vento e grandine mai occorse nel territorio romagnolo e dell’Emilia orientale, probabilmente determinata dal passaggio di un severo QLCS al cui interno non si può escludere la presenza di temporali a supercella di più breve durata.

P. Randi